5 maggio: la parata modaiola e conformista della finta protesta

Indetto da una inusitata accozzaglia di tutte le maggiori sigle sindacali, il 5 Maggio si terrà uno sciopero generale del comparto scuola. All’allegra rimpatriata, non può certo mancare l’Unione degli Studenti, probabilmente il gruppo di event management più pretenzioso della storia dell’umanità. Nonostante la sua velleità di presentarsi come sindacato, un organo che, non potendo svolgere funzione di rappresentanza (poiché non ha canali privilegiati di dialogo con le istituzioni) ripiega sul subdolo obiettivo di indirizzo del malcontento: prende un’accozzaglia eterogenea di sciopera(n)ti, animati dal dissenso verso un’indistinta classe politica (l’anno scorso per le piazze c’era ancora chi ingiuriava la Gelmini, ndR), verso interessi di indistinti privati e verso l’autorità (fatta salva della zecca navigata che insegna loro cosa combattere); tra di loro, migliaia di Renzo Tramaglino, capitati lì quasi per caso, giusto per dare un senso alla loro assenza e gonfiare il letto della manifestazione, l’ego degli organizzatori e le palle di chi da cinque anni è costretto a sorbirseli. Poi, una volta raccolti, impartisce loro qualche rudimento sulle proposte in cantiere (da qualche anno sempre appaltato al Governo dal Parlamento, anche solo per mimare i magheggi della speculazione edilizia) e su qualche proposta di cambiamento (sempre innovative e uguali da anni); così, giusto per non fare scena muta con qualche teorico della maieutica infiltrato nel corteo, auto-elettosi ierofante e paladino della coerenza generale. In pratica, costruisce l’impianto teoretico con cui legittimare i cori contro le madri dei ministri. Cartesio e Locke tentavano di giustificare e legittimare la scienza, l’Unione degli Studenti il processo alla libido delle genitrice della classe dirigente: a ogni era la sua struggle. Con questa presenza asfissiante, che imbastisce scioperi e cortei uno dopo l’altro, il dibattito interno alle scuole è appiattito su due posizioni antitetiche: partecipare o meno. Le masse di cui tratta Hanna Arendt, nel suo “La banalità del male” si erano abbeverato al torbido trugolo delle ideologie, rinunciando alla propria individualità e alla propria scelta; qui, a quanto pare, siamo a qualche passo prima del baratro: la massa difende con le unghie la sua libertà di esprimersi in binario, con “sì” o “no”, ignara del fatto che gli è stata involata la possibilità di elaborare una sua propria posizione, più complessa, oltre quelle pre-confezionate fornitegli da qualche volantino. In un’accorata lettera, Pier Paolo Pasolini descrive e liquida magistralmente quello che era e che è il movimento studentesco: un movimento senza alcuna credibilità, modaiolo e velleitario, largamente disinteressato e disinformato e disposto a farsi strumentalizzare, come uno dei protagonisti de “Il sociale e l’antisociale“, di Guccini, che canta: ma non trascuro la scienza umanista e si può dire che sono impegnato, / anzi alle volte sono comunista, / ma non mi sono sempre interessato: / la lotta delle classi sol mi va per far bella figura in società“. Tal Mattia Sangermano è stato negli ultimi giorni al centro del ciclone a seguito delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni che ha rilasciato ai microfoni di TGCOM24, dopo i tumulti provocati dai c.d. “NOEXPO“. Eccezion fatta per la sua abitudine fastidiosa di girare sul proprio asse pur di non incrociare la telecamera e il suo spregio e sfregio dell’italiano (pari quasi a quello commesso dall’UdS, asteriscando la lettera finale dei pronomi), nonostante sia stato subissato di insulti e sfottò da praticamente tutti, non è diverso da qualsiasi altro partecipante ai cortei studenteschi, facili al fomento: almeno, non accampa ragioni tanto elaborate quanto fragili per giustificare una fisiologica spinta all’emulazione e alla devastazione, quelle stesse forze che Marx elogiò dei tumulti di Parigi del 1830, ancora liberi da qualsiasi imbrigliamento ideologico o teoretico.

ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.
Pier Paolo Pasolini, Il PCI ai giovani

A dire il vero, occorre riconoscere che all’interno dell’Unione degli Studenti c’è tanta gente in buona fede, che si mette a servizio degli altri, sviscerando puntualmente e in modo certosino le toppe spacciate per riforme dai Governi vari ed è altrettanto encomiabile il loro impegno nella stesura di proposte alternative. Il problema è che nei cortei marciano e saltellano gli astanti, ma mai avanza il pensiero, sempre arroccato su vecchie posizioni (come, ad esempio, il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di investimento da parte di privati), mai arrischiato nel gioco della dialettica e del confronto; durante le manifestazioni, si levano in alto i cori abbaiati da un megafono o le canzoni emanate dagli altoparlanti, mai le voci discordi di un dialogo, eppure paradossalmente si celebrano queste manifestazioni del nulla come trionfi degli studenti.
Invece, a mio avviso, combattere contro i tentativi di mettere mano alla scuola è inutile. Qualsiasi riforma abbastanza radicale da cambiare sensibilmente la struttura della scuola (quindi in grado, parimenti, di danneggiarla o giovarle in modo considerevole) lambirà e fastidierà troppi interessi per far superare ai governanti il loro timore di perdere voti, biglietti scrocettati con cui tentare la Fortuna nella lotteria del Governo. Lo dimostrano gli esiti delle riforme degli ultimi anni e i passi indietro, seppur timidi, di Ransie su “La Buona Scuola“. Questa è una mia opinione; ciò che invece è un fatto è che questi cortei siano una ferma obsoleta e anacronistica di esprimere il proprio dissenso, residuato atavico di un’era che non esiste più; e no, non sto parlando (solo) delle reliquie che talvolta si vede sfilare e sventolare in parata funebre tra gli studenti, come la bandiera di Rifondazione Comunista.


Spesso, si sente vociare, attorno a queste iniziative, di creare “disagio“, come fosse il diktat di qualsiasi oppositore del Governo. Tuttavia, una logica del genere ben figura in una dialettica tra monarca e sudditi, in cui questi ultimi, forti del potere conferito loro dal numero, gravano sul loro sovrano come una spada di Damocle, costringendolo a fare i suoi interessi: “Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, sono i governi che dovrebbero temere il popolo!“, spiega V, il protagonista di “V per Vendetta“. Tuttavia, in una Repubblica, i Governi non piovono dal Cielo per (dis)grazia ricevuta, non hanno legittimazione divina (salvo il c.d. unto dal signore): sono i popoli stessi a comporre i loro Governi (Porcellum e Italicum permettendo) e hanno già strumenti per far rappresentare i loro interessi, tramite il Parlamento. In una democrazia, a meno che non si disponga di forze enormi, puntare a creare disagio per ottenere contentini da parte del Governo è risibile; piuttosto, occorre mirare a formare consenso e adesione tra i propri concittadini. È ingenuo e miope pensare di poterlo fare a forza di cortei e slogan, reiterando il cliché già di per sé ben radicato nell’immaginario collettivo, quello che vede lo studente come un allampanato, reticente e indolente allo studio, pronto a recepire qualsiasi occasione per bigiare. È ben altro ciò che serve al movimento studentesco per persuadere la popolazione ad abbracciare le sue istanze, cercherò di trattare questa tematica approfonditamente in un altro articolo.
Ad ogni modo, resta paradossale pensare di poter celebrare la democrazia con un corteo, in cui perpetra il mancato esercizio della libertà d’espressione, con l’alienazione del proprio pensiero critico, diluito nel piattume di una marcia. 

pochemuchka

Non lasciarti influenzare,
verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso,
non lo saprai.
Controlla il conto,
sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce,
chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.
Bertold Brecht, Lode dell’imparare

Quello che ognuno di noi dovrebbe fare, come studente e ancor prima come cittadino, è quello di smettere di delegare ad altri il dominio sul proprio dissenso; smettere di farsi strumentalizzare e cominciare ad analizzare autonomamente la realtà circostante.
Piuttosto che volgere lo sguardo in alto, verso l’autorità centrale, a denunciare che “piove, governo ladro!“, forse è il caso di smettere di scaricare su terzi la responsabilità del tracollo della scuola. I docenti che, come ogni volta che si scalfisce il loro (per carità, già esiguo) compenso o il loro (per carità, sempre più insignificante) potere, scendono a fianco dei loro discenti per le strade a reclamare una riforma decente, tornassero negli edifici scolastici, pieni zeppi anche di problemi facili da correggere, con assunzione collettiva di responsabilità; tornassero nelle classi, è lì che si costruisce  una buona scuola: “forse è arrivato il momento di pensare che l’unica rivoluzione possibile è quella da attuare dentro di sé“, diceva Tiziano Terzani. Ancora di più, è arrivato il momento di “essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo“.

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