Sowon – Il cervello nella giara

Immagine tratta dal film “THX 1138”, diretto da George Lucas nel 1971

Immaginate di destarvi da un lungo sonno. Per primo, si sveglia il tatto, e l’udito: con uno sciabordio, acqua tiepida lambisce la vostra cassa toracica, il vostro bacino e le vostre gambe sono immerse. Il resto del vostro corpo intirizzito, tremola piano, esposto a una brezza docile. Fitte trafiggono la vostra schiena anchilosata, poggiata a una superficie gelida e liscia, fiaccata dalla stanchezza e dall’umidità, sentite piccole puntine premere dal di sotto della vostra cute, placche fredde spingono le tempie, una contro l’altra. Aprite gli occhi: siete in una vasca, di nero marmo. Nel vostro braccio sinistro, gli innesti di tre cavi, che intricati corrono dietro, ove non potete apprezzarne né l’intreccio né la provenienza, all’interno dei quali perdura quasi regolare lo stillicidio delle bollicine che risalgono il fluido trasparente. La vostra mano destra, alzata con fatica a massaggiare la fronte dolorante, tasta ciò che riconducete alla forma di due elettrodi, impiantati nel vostro cranio. Attorno a voi, non un cielo, non un suolo, non un’orizzonte: solo il bianco sconfinato, onnipresente. Se tutti, nel corso della loro vita, almeno una volta, hanno dubitato del mondo innanzi ai loro occhi, come si fosse in un sogno lucido o si fosse il personaggio della fantasia di qualcuno, se molti hanno la fortuna di riconoscere la mano del proprio ego, foriere di paure e desideri, dietro alla forgiatura della realtà, ora non più: una consapevolezza mai sperimentata prima compenetra la vostra coscienza, tant’è che potete affermare di non esser mai stati così lucidi prima d’ora.
Cosa provate? Quanto tempo impieghereste a realizzare che tutto ciò di cui avete fatto esperienza sin’ora, ambizioni, timori, amori, delusioni, sentimenti, emozioni, è tutto il bieco frutto di una menzogna? Come farete ad accettare che non esiste niente di ciò che avete vissuto che non sia un’illusione? Sarebbe facile, poi, staccare tutti i fili e i cavi, per affrontare quella realtà?

 

brainjar

Questo è, grosso modo, il soggetto di “Brain in a vat“, di H. Putnam. Quello che stareste provando in quella situazione è sowon. Sowon è una parola coreana, che sta per “desiderio“, ma è accreditata anche come “riluttanza nell’abbandonare un’illusione per abbracciare la realtà“. Un’esperienza universale, che tocca tutti coloro i cui progetti e le cui speranze stanno per valicare la data di scadenza, i cui scenari dipinti in risposta al “Che vuoi fare da grande?” possono solo svanire o attuarsi, o che comunque debbono scegliere cosa fare di un proprio sogno: renderlo una guida, un faro della pratica, con cui tramutarlo in una premonizione, oppure un diversivo, per allietarsi ed evadere dalla contingenza con una mera fantasia.
Quanti di noi hanno visto il flusso delle proprie speranze infrangersi contro gli scogli della realtà? Quanti di noi, crescendo, proseguendo il sentiero pre-figuratosi da bambini, si sono imbattuti in ostacoli troppo grandi nel “mondo degli adulti”, e hanno dovuto scostarsene, riconoscendolo come sogno puerile?  Chi, imbarcandosi nella realizzazione di un progetto, ha dovuto ridimensionare le proprie aspettative oppure rinunciarvi, riconoscendolo come chimera, riscontrando nelle proprie mani o negli strumenti a propria disposizione penuria di ciò che è necessario per plasmare la dura roccia della realtà?

 

 

Il mondo onirico, al pari di quello della fantasia e dell’immaginazione, seppur conservino elementi e referenti del mondo reale, sono modellate unicamente dal soggetto e dalla sua vena creativa; per questo, una carriera o un’opera immaginata sono al tempo stesso perfette e perfettibili: condividono il carattere di virtualità e di potenza, di modo che un uomo, scevro dalle condizioni contingenti, può figurare di fare qualsiasi cosa della sua vita: il creativo e il bambino possiedono lo scettro dell’Onnipotenza ovvero, di fronte a sé, un infinito campo di possibilità. Tuttavia, la sua giurisdizione non si spinge oltre l’Ecumene della propria interiorità e, ovviamente, nel mondo esterno, reale e palpabile, quell’infinito campo di possibilità è delimitato e regolato da diverse legislazioni: le meccaniche fisiche dell’Universo, le meccaniche sociali, il Caso.
Per questo, svegliarsi da un sogno, realizzare un’opera d’arte e scegliere una carriera implicano entraterni sowon, la reticenza ad abbandonare un’illusione per confrontarsi con la realtà, perché rimboccarsi le maniche lavorare per raggiungere un traguardo o creare qualcosa vuol dire necessariamente rinunciare al mondo auto-regolato e auto-referenziale della propria immaginazione e rassegnarsi, in un certo senso, accettando che i risultati, poiché dovranno tener conto di mille variabili, non saranno esattamente come ce se li era prefigurati: solo chi riesce ad accettare questo, e riesce ad accettare che è un fabbro senza pieno potere sui frutti del suo lavoro, può essere un creatore.

 

Tuttavia, il processo creativo e la crescita non sono congiunti solo da questo. Un’etimologia suggestiva ma non del tutto appurata della parola “adolescenza“, la vuole derivare dal frequentativo latino “olescere“, ovvero “profumare“, nel senso di “propagare il proprio odore“; allo stesso modo, secondo una delle correnti dominanti nella storia dell’arte, il creativo, per diventare artista, deve acquisire un proprio stile e affermarlo nel contesto circostante. Per questo, possiamo raffigurarci un artista e un adolescente come un fiore che, nel corso della sua crescita, acquisisce una sua essenza distintiva, forma il suo carattere e acquisisce tratti peculiari: il creatore non scende a patti col mondo, ma si compromette con la realtà.
Quindi, la crescita è affine con il sogno e l’arte, e quest’ultime esperienza potrebbero esserne propedeutiche, poiché abituano sia al non porre ultimatum di nessuna sorta ai frutti del proprio impegno e accettare che questi si distacchino dall’oggetto della propria fantasia o Volontà, sia al rielaborare le informazioni e il patrimonio culturale che si possiede in una sintesi personale e originale; nonostante ciò, il sistema scolastico e culturale imperante prevede la sottrazione di sempre maggior tempo al momento onirico (con la sveglia mattutina che, per la fretta, fa dimenticare i sogni) e la negazione del processo creativo, quando l’insegnamento è impartire nozioni, deodorante culturale ed estetico, invece che stimolare la facoltà del conoscere e dello scoprire, non fornendo alcuno spazio per i frutti della propria vena creativa. “Heard melodies are sweet, but those unheard / are sweeter”, scrisse Keats, ma riappropiandoci della metafora “floreale”, se è vero che anche senza una brezza che ne spanda l’essenza i fiori continuano a inebriarsi della loro essenza, quanti ne cadrebbero, in un’aria asfittica, senza stimoli e confronto, e in quanto poco si estinguerebbero, se nessun insetto ne fosse attratto e ne permetterebbe la riproduzione?

 

Con Sowon, quindi, vogliamo ritagliarci uno spazio in cui permettere a chiunque di esporre le sue opere, e aprirsi al confronto con gli altri: è un blog in crowdsourcing; questo vuol dire che non esiste una dicotomia tra lettori e redazione: ogni utente, potenzialmente, può usufruire delle risorse del sito e, al tempo stesso, ampliarle, e tratta di tutto ciò che afferisce all’Arte: musica, cinema, videoarte, poesia, narrativa, qualsiasi cosa connessa alla creatività.

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